Cibo

Melanzane: un ortaggio arrivato tardi nella cucina romana

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Melanzana intera e tagliata a metà su tagliere

Foto: Josef Schlaghecken (CC BY-SA 4.0), Wikimedia Commons

Il nome «melanzana» suona quasi come una diagnosi, e per secoli qualcuno ci ha creduto sul serio. Un racconto toscano di fine Duecento narra di un maestro di medicina di Bologna convinto che nove giorni consecutivi di melanzane bastassero a far perdere il senno. Quella diffidenza non è mai stata del tutto documentata, ma ha lasciato un’eredità curiosa: un’etimologia popolare che sembra spiegare tutto e in realtà spiega poco, un ortaggio arrivato in Italia molto più tardi di quanto si pensi, e un piatto che gli si attribuisce da romano senza esserlo.

Un nome che sembra un’accusa, e non lo è

La ricostruzione più accreditata fa risalire «melanzana» a una catena lunga: una radice del subcontinente indiano è passata in sanscrito, poi in persiano come bâdenjân, poi nell’arabo al-bāḏinjān. Da lì il termine è arrivato in Italia probabilmente attraverso il greco bizantino melintzána, dove l’accostamento con mélas (nero) e con l’italiano mela ha finito per modellare il suono della parola. Il latino medievale ne ha fissato la forma melongena, quella che oggi sopravvive nel nome scientifico Solanum melongena.

La storia della «mela insana», cioè l’idea che il nome derivi da un frutto capace di rendere folli, è invece un’etimologia costruita a posteriori: non esiste un’attestazione storica della locuzione prima del Cinquecento, quando il medico senese Pietro Andrea Mattioli, traduttore di Dioscoride, la propose collegandola ai presunti effetti nocivi dell’ortaggio. I linguisti la chiamano paretimologia: una spiegazione che nasce dalla somiglianza dei suoni e da una buona storia da raccontare, non dai documenti. Quella storia però esisteva già prima di Mattioli, ed è proprio quella citata all’inizio: nel Novellino, la raccolta di novelle toscane scritta fra il 1280 e il 1300, un maestro Taddeo di Bologna, medico realmente esistito, viene descritto mentre insegna ai suoi studenti che chi mangia melanzane per nove giorni di seguito impazzisce. Il nome sbagliato e la leggenda medica sono due cose distinte, ma raccontano la stessa diffidenza.

Un ortaggio asiatico, guardato con sospetto per secoli

La melanzana non ha nulla a che fare con la cucina dell’antica Roma: è originaria dell’Asia meridionale ed è arrivata nel Mediterraneo solo nel Medioevo, portata dagli agricoltori arabi che governarono la Sicilia fra il IX e l’XI secolo, e le fonti scritte che ne parlano diventano continue solo a partire dal Cinquecento. Da lì la diffusione verso il resto del Sud è stata rapida, quella verso il Centro e il Nord molto più lenta.

Il motivo del ritardo è lo stesso che ha nutrito la leggenda della mela insana: la melanzana appartiene alla famiglia delle solanacee, la stessa della belladonna e della mandragora, piante davvero tossiche con cui condivide alcuni composti. I trattati medici arabi ne diffidavano, attribuendole effetti negativi sull’umore, e la sfiducia è arrivata fino al Rinascimento: nel 1550 il trattato sui giardini di Giovanvittorio Soderini la tratta ancora con cautela, e Pellegrino Artusi, scrivendo a fine Ottocento, ricordava che quarant’anni prima sui mercati di Firenze le melanzane «si vedevano di rado» e passavano per un cibo «tenuto in poco conto, buono per gli ebrei». La frase, sgradevole nel tono, registra però un fatto reale: furono in larga parte le comunità ebraiche a continuare a cucinare la melanzana con regolarità mentre il resto della popolazione la guardava ancora con sospetto.

Le varietà che si trovano davvero, fra banco e campo

Dietro il nome generico «melanzana» si nascondono forme molto diverse, e in Italia solo alcune hanno un nome e un territorio riconosciuti.

Varietà Riferimento territoriale Tratto distintivo
Violetta lunga comune Nessuno: la più diffusa nella grande distribuzione Polpa compatta, buccia sottile, pochi semi se raccolta giovane
Tonda violetta (tipo Firenze) Toscana d’origine, coltivata ovunque Frutto tondo e appiattito ai poli, può superare i 500 grammi
Rossa di Rotonda Basilicata, Presidio Slow Food Buccia arancio-rossa, polpa quasi priva di amaro
Bianca ovale Sicilia e Puglia Buccia chiara, polpa più dolce, meno diffusa al Centro

Le uniche due varietà di questo elenco con un nome protetto, la Rossa di Rotonda e la Bianca in alcune sue selezioni pugliesi, appartengono al Sud. La violetta lunga e la tonda che si trovano nei mercati del Lazio sono varietà commerciali comuni, non legate a un territorio specifico.

Perché il Lazio non ha una melanzana con un nome proprio

Il Lazio conta un numero alto di prodotti agroalimentari tradizionali censiti, fra cui diversi legumi con un nome e un areale precisi: la fagiolina di Arsoli, il fagiolone di Vallepietra, la lenticchia di Rascino. Una melanzana laziale con lo stesso tipo di riconoscimento legato a una varietà, però, non c’è: l’unica voce del genere presente nell’elenco, le melanzane sott’olio del Lazio, riguarda una preparazione conservata, non un ecotipo legato a un territorio e a un seme precisi come i legumi appena citati; e nessuna melanzana compare nemmeno tra i presìdi Slow Food della regione, che restano concentrati su altri prodotti. Le denominazioni protette censite nel Lazio riguardano soprattutto oli, vini e formaggi: chi vuole vederle tutte può farlo nell’atlante delle eccellenze DOP e IGP laziali, dove l’ortaggio semplicemente non compare. Nei campi della regione, dall’Agro Pontino alla Ciociaria, la coltivazione resta quindi affidata alle stesse varietà commerciali diffuse ovunque in Italia, senza un seme locale che abbia ricevuto un nome e una tutela propri.

La parmigiana non è nata a Roma, e il nome non viene da Parma

Chi cerca un piatto romano di melanzane spesso pensa subito alla parmigiana, ma l’attribuzione è sbagliata su due fronti. Il primo è geografico: l’origine del piatto è contesa fra Sicilia, Campania ed Emilia-Romagna, quest’ultima chiamata in causa soprattutto dal nome, che sembra rimandare a Parma; le prime due regioni si appoggiano invece alla diffusione precoce della melanzana dopo l’arrivo in Sicilia e alle prime citazioni scritte, quella di Vincenzo Corrado nel Settecento e quella più dettagliata di Ippolito Cavalcanti nel suo ricettario napoletano del 1839, entrambe meridionali. Il secondo fronte è etimologico: l’ipotesi più accreditata fa derivare «parmigiana» non dalla città di Parma ma da «parmiciana», il termine con cui in dialetto si indicavano le stecche disposte a scaletta di una persiana, per la somiglianza con le fette di melanzana fritte e sovrapposte a strati.

Il legame più genuino tra Roma e la melanzana passa altrove, dal Ghetto ebraico, una delle comunità ebraiche più antiche e continue d’Europa, dove la tecnica della frittura seguita da una marinatura fredda, che la cucina giudaico-romanesca chiama concia, è nata per le zucchine ma appartiene alla stessa famiglia di preparazioni applicate storicamente anche alla melanzana nella stagione estiva. Più a sud, nel basso Lazio, esiste poi una variante regionale delle melanzane a funghetto che si allontana dalla versione fritta più nota altrove: i tocchetti vengono cotti a fuoco basso con poco olio extravergine e vino bianco, invece che passati in padella con l’olio abbondante della versione campana.

Quando si raccoglie in campo aperto, nel Lazio

Nella coltivazione protetta, in serra, i primi frutti possono arrivare già a maggio. In pieno campo, che è la condizione della gran parte delle melanzane laziali destinate al mercato locale, la stagione comincia più tardi, in genere a giugno, e si concentra nei mesi di luglio e agosto, quando il caldo stabile fa crescere la pianta più in fretta. Settembre resta un mese di raccolta piena nelle annate più calde, e nelle zone costiere del Lazio, dove le temperature scendono più tardi, i campi possono continuare a dare frutti fino a ottobre, prima che le prime piogge autunnali chiudano il ciclo.

Salarla prima di cucinarla: un passaggio, non un antidoto

L’abitudine di salare le fette di melanzana e lasciarle spurgare per una mezz’ora prima di cucinarle nasce da un’epoca in cui la diffidenza verso questo ortaggio era ancora forte, e viene spesso spiegata come un modo per «togliere il veleno». Non è così: il sale non elimina nessuna sostanza per via chimica, ma favorisce l’uscita per osmosi dell’acqua contenuta nella polpa, e con l’acqua se ne va anche parte dell’amaro concentrato nei semi e nelle zone più mature. Le varietà oggi in commercio, selezionate proprio per contenere pochissima solanina, ben sotto le soglie di sicurezza indicate dall’autorità europea per la sicurezza alimentare, rendono il passaggio meno necessario che in passato: una melanzana giovane, con la buccia lucida e chiara e pochi semi, può spesso essere cucinata senza salatura. Il beneficio pratico resta comunque reale quando si frigge, perché la polpa spurgata assorbe meno olio e mantiene una consistenza più compatta.

Come scegliere e conservare una melanzana

Al banco conviene valutare il peso rispetto al volume: un frutto sodo e pesante per la sua dimensione ha in genere meno semi di uno leggero e spugnoso. La buccia va guardata per la tensione, non solo per il colore: tesa e lucida indica un raccolto recente, opaca e cedevole sotto le dita segnala un frutto che ha già perso parte della sua acqua. Il calice verde, ancora turgido e non secco, è l’indizio più affidabile della freschezza reale, più del colore della buccia stessa. Una volta a casa, la melanzana va tenuta lontana dal freddo intenso: sotto i 10 °C va incontro a un vero e proprio danno da freddo, che nella polpa si manifesta con zone acquose e semi che imbruniscono. La temperatura ideale si aggira fra i 10 e i 12 °C, più alta di quella di un frigorifero comune: se non c’è un ripiano fresco disponibile, il compromesso è tenerla nella parte meno fredda del frigorifero e consumarla entro una settimana.

Domande frequenti sulle melanzane

Da dove viene davvero il nome «melanzana»?

Da una catena di prestiti linguistici che parte dal persiano bâdenjân e passa per l’arabo e per il greco bizantino, dove l’incontro con la parola «mela» ne ha modellato il suono. La forma latina medievale «melongena» sopravvive nel nome scientifico dell’ortaggio.

È vero che il nome deriva da «mela insana»?

È un’etimologia popolare, proposta nel Cinquecento e mai attestata nei documenti prima di allora. Nasce dalla somiglianza dei suoni, non dalla storia della parola, anche se riflette una diffidenza medievale realmente esistita verso l’ortaggio.

Le melanzane facevano davvero impazzire, secondo la medicina medievale?

Alcuni testi lo sostenevano, come il racconto toscano di fine Duecento su un medico di Bologna che avvertiva i suoi studenti contro nove giorni consecutivi di melanzane. Era una credenza legata alla famiglia delle solanacee, non un dato clinico.

Le melanzane esistevano già nell’antica Roma?

No. Sono arrivate in Sicilia con gli agricoltori arabi fra il IX e l’XI secolo, con fonti scritte continue solo a partire dal Cinquecento, e si sono diffuse nel resto d’Italia solo nei secoli successivi, molto dopo la caduta dell’impero romano.

La parmigiana di melanzane è un piatto romano?

No, la sua origine è contesa fra Sicilia, Campania ed Emilia-Romagna. Anche il nome non deriva da Parma: l’ipotesi più accreditata lo collega a «parmiciana», le stecche di una persiana, per la somiglianza con le fette fritte disposte a strati.

Esiste una melanzana tipica del Lazio, come i carciofi romaneschi o le puntarelle?

Al momento no: nessuna melanzana compare tra i prodotti agroalimentari tradizionali censiti nel Lazio né tra i presìdi Slow Food della regione. I campi laziali coltivano soprattutto le varietà commerciali comuni, violetta lunga e tonda.

È sempre necessario salare le melanzane prima di cucinarle?

No. Le varietà moderne contengono pochissima solanina e un frutto giovane con la buccia chiara può essere cucinato senza spurgo. Il sale resta utile quando si frigge, perché riduce l’assorbimento di olio e migliora la consistenza.

Qual è la stagione delle melanzane in campo, nel Lazio?

In pieno campo la raccolta comincia in genere a giugno e si concentra a luglio e agosto; settembre resta un mese pieno nelle annate calde, e nelle zone costiere può proseguire fino a ottobre.

Le melanzane si possono conservare in frigorifero?

Con qualche accortezza: sotto i 10 °C subiscono un danno da freddo che ne rovina la polpa. La temperatura ideale è 10-12 °C; in frigorifero conviene scegliere il ripiano meno freddo e consumarle entro una settimana.

Perché in passato le melanzane erano associate alle comunità ebraiche?

Perché furono in larga parte gli ebrei di Roma e di altre città italiane a continuare a cucinarle con regolarità mentre il resto della popolazione le guardava ancora con sospetto, come ricordava lo stesso Pellegrino Artusi a fine Ottocento.