Olio extravergine: come sceglierlo, leggere l’etichetta e conservarlo

Bottiglia e ciotolina di olio extravergine d'oliva

Foto: Arnaud 25 (CC BY-SA 4.0), Wikimedia Commons

Sullo scaffale due bottiglie di olio extravergine possono costare 4€ e 18€ e dichiarare in etichetta quasi le stesse parole. Una differenza c’è, ma raramente sta dove la cerca chi compra: non nel colore, non nella scritta «estratto a freddo» stampata in grande sul fronte, spesso nemmeno nella regione richiamata dal nome. Sta in tre righe scritte piccole sul retro, e in una data che nessuna legge obbliga a stampare.

Che cosa dichiara l’etichetta, riga per riga

La dicitura «olio extra vergine di oliva» non è un aggettivo pubblicitario ma una categoria merceologica, con parametri fissati per legge: l’acidità libera non può superare 0,8 grammi per 100 grammi, e il campione deve passare l’esame di un panel di assaggiatori senza che vi si riscontri alcun difetto. Basta superare quella soglia, oppure che gli assaggiatori rilevino un difetto, perché l’olio venga declassato a vergine o a lampante. Chi scrive l’etichetta lo sa; chi la legge, quasi mai.

Categoria Acidità libera max Difetti all’assaggio
Extra vergine 0,8 g per 100 g Nessuno: mediana dei difetti pari a zero
Vergine 2 g per 100 g Ammessi entro una soglia di intensità
Lampante Oltre 2 g per 100 g Oltre la soglia: non commestibile senza rettifica

Sull’acidità conviene sciogliere un equivoco diffuso: non si assaggia. È un parametro chimico, si misura in laboratorio e nessun palato la percepisce. Un olio che risulta «dolce» in bocca non è per questo un olio a bassa acidità, e il numero esibito in grande su certe confezioni non aggiunge niente, visto che per chiamarsi extravergine quella soglia l’ha già rispettata. In bocca si sentono i difetti e i pregi, cioè l’altra metà dell’esame.

La seconda riga da cercare è l’origine, obbligatoria per l’extravergine e per il vergine. Le formule ammesse sono poche e vanno lette alla lettera: «Italia» significa olive raccolte e franto in Italia; «Unione europea» e «miscela di oli di oliva dell’Unione europea e non dell’Unione europea» significano esattamente ciò che dicono, cioè una provenienza multipla che il fronte della bottiglia può benissimo non lasciar intuire. Un paesaggio di colline e un nome che suona toscano non sono indicazioni d’origine: lo è solo quella riga.

Anche «estratto a freddo» ha un significato tecnico e non retorico: si può usare solo per oli ottenuti sotto i 27 °C con procedimenti meccanici. Le denominazioni protette aggiungono un vincolo ulteriore, perché legano varietà, zona e metodo a un disciplinare verificabile. Il Lazio ne conta diverse, censite una per una nell’atlante delle denominazioni laziali.

Il colore non dice niente

È l’indizio a cui quasi tutti si affidano, ed è quello che informa di meno. Il verde intenso dipende dalla clorofilla, che varia con la cultivar e con l’epoca di raccolta: un olio dorato può essere impeccabile e un olio verdissimo può essere difettoso. Anche la torbidità non è un verdetto, perché molti produttori scelgono di non filtrare per conservare aromi, accettando in cambio un deposito sul fondo e una durata più breve.

Che il colore sia un falso amico lo dimostra un dettaglio del mestiere: nell’assaggio ufficiale si usa un bicchiere di vetro blu, di forma e temperatura stabilite, proprio perché l’assaggiatore non veda la tinta e non ne resti influenzato. Se lo nascondono ai professionisti, difficilmente serve a chi compra.

I difetti si sentono prima dei pregi

Un olio si giudica al naso e in gola, e conviene partire da ciò che non deve esserci. Il vocabolario dell’assaggio è codificato e i nomi sono precisi. Riscaldo/morchia è un attributo solo, e copre due strade che portano allo stesso odore di fermentato: olive rimaste ammassate prima della molitura, oppure olio lasciato a contatto con i fanghi di decantazione. Muffa-umidità sa di cantina e nasce da frutti conservati al chiuso in ambienti umidi. Avvinato-inacetito ricorda il vino o l’aceto. Rancido è l’odore dell’olio ossidato, vecchio o tenuto male. L’elenco prosegue con il metallico, il cotto e altri difetti più rari, ma il principio non cambia: la presenza netta di uno solo declassa l’olio, per quanto la bottiglia continui a chiamarlo extravergine.

Il malinteso più diffuso riguarda invece i pregi. Amaro e piccante non sono guasti: sono l’impronta sensoriale dei polifenoli, e nell’assaggio professionale si misurano come attributi positivi insieme al fruttato. Il piccante che pizzica in gola dopo qualche secondo, in particolare, segnala un olio ricco e giovane. Scambiarlo per un difetto porta a scegliere oli più poveri proprio di ciò che li rende interessanti.

Monocultivar o blend, e perché il prezzo basso è un’informazione

Un monocultivar nasce da una sola varietà di oliva e ne porta il carattere fino in fondo: erbaceo e aggressivo in certi casi, morbido e mandorlato in altri. Un blend nasce dall’assemblaggio di più varietà e punta all’equilibrio, che in cucina è spesso la scelta più comoda perché regge accostamenti diversi senza sovrastarli. Nessuna delle due formule è superiore all’altra: cambia l’uso.

Il prezzo, invece, un’indicazione la dà. Coltivare, raccogliere, frangere entro poche ore e conservare al riparo costa, e sotto una certa soglia quei costi non tornano. Le bottiglie più economiche della grande distribuzione sono quasi sempre miscele di provenienza multipla, comprate dove l’annata è stata generosa. È una scelta legittima, e in etichetta è dichiarata: basta sapere che cosa si sta comprando.

A crudo o in cottura, e perché friggere non è un’eresia

Sulla cottura circola una convinzione tenace, cioè che l’extravergine vada tenuto lontano dal fuoco e riservato al crudo. È vero il contrario. Il suo punto di fumo si colloca in genere intorno ai 200 °C, sopra le temperature normali di una frittura casalinga, e la dotazione di polifenoli e di grassi monoinsaturi lo rende più stabile all’ossidazione di parecchi oli di semi che gli vengono preferiti proprio per friggere.

Il vero argomento contro il fuoco è un altro, ed è economico più che chimico: il calore volatilizza gli aromi. Portare in padella un monocultivar pagato caro significa perdere per strada l’unica cosa per cui lo si è pagato. La regola pratica che ne segue è banale e funziona: l’olio più espressivo va a crudo, a filo, sull’ultimo passaggio, mentre in cottura si usa un extravergine più semplice. Su una verdura lessa o su un legume l’olio non è un condimento fra gli altri, ma il piatto stesso, e vale la pena assaggiarlo da solo su un cucchiaio prima di deciderne l’impiego.

Come conservarlo, e la data che manca

I nemici sono tre: luce, calore, aria. La bottiglia va tenuta chiusa, lontano dai fornelli, in un mobile buio; il vetro scuro e la latta proteggono, il vetro trasparente su una mensola illuminata è la peggiore delle sistemazioni. Il frigorifero non serve, e l’intorbidamento che provoca è reversibile ma inutile.

C’è un particolare che quasi nessuno nota: quelle condizioni non sono un consiglio del produttore, sono un obbligo di etichetta. La norma impone di indicare che il prodotto va tenuto al riparo dalla luce e dal calore: fra tutte le diciture stampate, è quella che spiega a chi compra come non rovinare ciò che ha appena pagato. Chi appoggia la bottiglia accanto ai fornelli sta disattendendo un’istruzione stampata sull’etichetta stessa.

Resta la questione della data. Sulle bottiglie compare il termine minimo di conservazione, di norma diciotto mesi dall’imbottigliamento, che però non dice quando le olive sono state raccolte: un olio può essere imbottigliato molti mesi dopo la molitura e presentarsi come nuovo. L’informazione utile è l’annata di raccolta, e indicarla è facoltativo. Quando c’è, è quasi sempre il segno di un produttore che non ha nulla da nascondere sul punto; quando manca, conviene chiederla. Sugli oli da condimento della dispensa l’annata non è il dato da cercare: contano l’origine e il metodo di estrazione.

Domande frequenti sull’olio extravergine

Che differenza c’è tra olio extravergine e olio vergine?

Entrambi si ottengono solo per via meccanica, ma l’extravergine deve restare entro lo 0,8% di acidità libera e non presentare alcun difetto all’assaggio. Il vergine tollera fino al 2% e qualche difetto lieve.

Un olio verde è migliore di un olio giallo?

No. Il colore dipende dalla varietà e dall’epoca di raccolta, non dalla qualità. Nell’assaggio ufficiale si usa apposta un bicchiere blu perché la tinta non influenzi il giudizio.

L’olio extravergine amaro e piccante è andato a male?

Al contrario: insieme al fruttato sono i tre attributi positivi previsti dall’assaggio ufficiale, e segnalano polifenoli abbondanti, tipici di un olio giovane. I difetti hanno altri nomi: rancido, muffa-umidità, riscaldo/morchia, avvinato-inacetito.

Che cosa vuol dire «estratto a freddo» in etichetta?

Che l’estrazione è avvenuta con procedimenti meccanici sotto i 27 °C. È una dicitura regolamentata, non uno slogan, e chi non rispetta quel limite non può usarla.

Si può friggere con l’olio extravergine?

Sì. Il punto di fumo si aggira intorno ai 200 °C, sopra le temperature di una frittura domestica, e la sua composizione lo rende stabile. L’obiezione sensata è di costo: il calore disperde gli aromi più fini.

Come si legge l’origine di un olio?

Sulla riga obbligatoria dell’origine, non dal nome o dall’immagine. «Miscela di oli di oliva dell’Unione europea e non dell’Unione europea» indica provenienze multiple, anche quando il fronte suggerisce tutt’altro.

Quanto dura una bottiglia dopo l’apertura?

Alcune settimane, se richiusa bene e tenuta al buio lontano dal calore. L’ossigeno è il fattore che pesa di più: una bottiglia grande consumata lentamente invecchia peggio di una piccola finita in fretta.

Meglio un monocultivar o un blend?

Dipende dall’uso. Il monocultivar porta il carattere di una sola varietà ed è adatto al crudo su piatti semplici; il blend cerca l’equilibrio e si presta a più preparazioni senza coprirle.

La data in etichetta indica quando sono state raccolte le olive?

Quasi mai. Il termine minimo di conservazione parte dall’imbottigliamento, che può arrivare molti mesi dopo la molitura. L’annata di raccolta è un’indicazione facoltativa: quando compare, è un dato in più.