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Coda alla vaccinara: la ricetta e il quinto quarto

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Coda alla vaccinara in umido, con sedano e sugo di pomodoro

Foto: shu tu (CC BY-SA 2.0), Wikimedia Commons

La coda alla vaccinara si misura in ore, non in passaggi. La ricetta chiede un taglio che quasi nessun altro piatto usa, un fondo di verdure abbondante e una cottura lenta che non si può accorciare: la coda di bue è tutta cartilagine, tendine e collagene, e sono proprio quelle parti a dover cedere perché il piatto esista.

Il nome, però, non descrive un metodo.

Descrive chi lo cucinava.

Il nome viene da un mestiere, e la coda era parte della paga

Il nome viene dai vaccinari, gli addetti alla lavorazione del bovino dopo la macellazione — pelle, scarti, tagli di scarso valore — un mestiere che a Roma si concentrava nel rione Regola, tanto organizzato da ottenere nel 1570 da Pio V una chiesa propria, San Bartolomeo. Ai residenti del rione restò appiccicato un soprannome, «magnacode», mangia-code, dato da chi abitava a Trastevere o a Monti: la coda, tra i tagli di scarso valore, finiva spesso proprio sulla tavola dei residenti del rione.

Dietro quel soprannome c’era un’economia precisa, non una battuta. Parte della retribuzione dei vaccinari veniva pagata in natura, con i tagli che il mercato non voleva: la coda tra questi. È l’origine del quinto quarto, il complesso delle parti che restano quando le quattro grandi masse di carne sono state vendute (interiora, zampe, testa, coda) e che a Roma è diventato un intero repertorio di cucina anziché uno scarto.

Il passaggio da consuetudine di mestiere a piatto di città ha una data utile: nel 1891 apre il Mattatoio di Testaccio, e il meccanismo si ripete su scala industriale. Agli operai una quota del salario arriva in quinto quarto, che finisce venduto alle osterie del quartiere, dove viene cucinato per chi lavora lì intorno. La cucina romana del quinto quarto si consolida in quegli anni, non nell’antichità: le ricostruzioni che retrodatano questi piatti all’antica Roma non hanno appoggio nelle fonti.

Che cosa serve, e perché il sedano non è un aroma di fondo

Ingrediente Quantità per 4 Nota
Coda di bue o di vitellone 1,5 kg Già sezionata alle giunture dal macellaio
Cipolla 1 grande Tritata per il soffritto
Carota 1 Nel soffritto
Sedano 1 cuore intero Metà nel soffritto, metà a fine cottura
Passata di pomodoro 700 g Oppure pelati passati
Vino bianco secco 1 bicchiere Per sfumare
Grasso per il fondo 2 cucchiai Lardo battuto oppure olio extravergine

Il sedano compare due volte nella tabella, e non è una ripetizione. Nel soffritto fa il lavoro di qualsiasi aroma; aggiunto a fine cottura, in quantità che a un occhio esterno sembra eccessiva, diventa una presenza riconoscibile nel piatto finito, ancora con un residuo di consistenza. È il tratto che separa la coda alla vaccinara da un generico stufato di manzo al pomodoro, e ha anche un’eco storica: nella cucina delle case abbienti circolava uno stufato di bue col sedano, e il piatto dei macellai finisce per rispondergli con lo stesso ortaggio e un taglio di terzo ordine.

Il grasso di partenza è l’unica voce davvero mobile. Il lardo battuto appartiene alla versione più antica e dà un fondo più pieno; l’olio extravergine è quello che si usa oggi nella maggior parte delle cucine e lascia il pomodoro più netto.

Al banco conviene scegliere pezzi di taglia uniforme, così che cuociano allo stesso ritmo: una coda con pezzi molto diseguali costringe a togliere prima i tocchi più piccoli, già cotti, mentre i più grandi restano ancora duri. Il colore della carne magra deve essere rosso vivo, non scurito, e il grasso visibile bianco o appena avorio; un grasso giallastro segnala un animale più vecchio, che comunque in questo piatto non è uno svantaggio, perché una carne più matura rende un fondo più saporito a fronte di una cottura leggermente più lunga.

Tre ore di cottura, e il momento in cui la carne si stacca

I pezzi di coda vanno prima sciacquati e asciugati, poi rosolati nel grasso caldo su tutti i lati, senza affollare la pentola: una superficie ben colorata è la base del sapore del fondo. La rosolatura merita più tempo di quanto sembri necessario — ogni lato va colorato fino a una crosta scura, non solo scaldato, perché è in quella fase che si forma buona parte del sapore del fondo. Una pentola troppo affollata abbassa la temperatura e i pezzi rilasciano liquido invece di rosolare, un errore che nessuna cottura successiva corregge del tutto. Si toglie la carne, si prepara il soffritto con cipolla, carota e metà del sedano, e quando è appena imbiondito si rimette la coda e si sfuma col vino, che va lasciato evaporare completamente, non solo ridursi: la parte alcolica che resta si sente amara nel sugo finito e non scompare con altre tre ore di cottura. Il segnale è l’odore, che da pungente diventa dolce. Chi salta questo passaggio ottiene un sugo dal retrogusto acidulo che nessuna aggiunta di zucchero corregge davvero, perché la causa è chimica e non di dolcezza.

Poi entra il pomodoro, acqua calda o brodo fino a coprire i pezzi per tre quarti, e il fuoco scende al minimo. Da quel momento servono almeno tre ore, con coperchio e un rimescolamento ogni tanto, controllando che il liquido non si asciughi. La sosta lunga a temperatura bassa è la sola condizione non negoziabile della ricetta: il collagene delle giunture si trasforma in gelatina soltanto con il tempo, ed è quella gelatina a dare al sugo la densità lucida che nessun addensante riproduce.

Un passaggio conviene farlo a fuoco spento. La coda è un taglio grasso, e durante le ore di cottura il grasso fuso sale in superficie: chi lo preleva con un cucchiaio, o lascia raffreddare la pentola e lo toglie rassodato, ottiene un sugo più pulito senza perdere niente del sapore, che sta nella gelatina delle giunture e non nel grasso. È anche la ragione per cui il piatto guadagna a essere cotto il giorno prima. Il grasso tolto non va buttato: raffreddato si solidifica e può insaporire un soffritto successivo, un uso comune nelle cucine che non sprecano nulla del quinto quarto.

La cottura è finita quando la carne si stacca dall’osso con la pressione di un cucchiaio, senza bisogno di tirare. Non prima: una coda cotta due ore è masticabile ma tenace, e il sugo resta acquoso perché la parte gelatinosa è ancora dentro l’osso. La seconda metà del sedano, tagliata a bastoncini, entra negli ultimi venti minuti.

Cacao amaro, pinoli e uvetta: la versione che arriva dal Testaccio

Nella prima metà del Novecento, nelle osterie davanti al Mattatoio, la ricetta si fissa in una forma più articolata: al sugo si aggiungono pinoli, uvetta e una punta di cacao amaro, che non dolcifica ma chiude l’acidità del pomodoro e allunga il fondo verso una nota scura. È la versione che ha fatto la fama del piatto e che molti considerano la sola autentica.

È una codificazione successiva, non l’origine del piatto. La coda cucinata dai vaccinari come integrazione della paga non aveva pinoli né cacao; la versione ricca nasce quando il piatto passa dalla cucina di necessità all’osteria che lo vende. Chi la prepara aggiunge i tre ingredienti nell’ultima mezz’ora, in dosi piccole: un cucchiaio di pinoli, uno di uvetta ammollata, un cucchiaino raso di cacao amaro per l’intera pentola.

Come si serve, e che cosa si fa con il fondo

Il piatto va in tavola caldo, con il suo sugo e senza contorni che competano. Il contorno tradizionale è una verdura amara di stagione fredda (cicoria ripassata, o puntarelle nei mesi in cui ci sono) che regge il fondo grasso meglio di qualsiasi purè; il calendario delle verdure di stagione dice quale delle due il banco offre in quale mese.

Il sugo che resta sul fondo della pentola non si butta, e questa è la seconda vita del piatto: allungato con un poco di acqua di cottura, condisce rigatoni o gnocchi il giorno dopo. In molte case romane la coda si cucina in quantità proprio per questo, e il piatto di pasta col sugo di coda vale quanto la coda stessa. Come tutte le cotture lunghe, la coda alla vaccinara riscaldata il giorno seguente è migliore: le tre ore continuano a lavorare anche a fuoco spento.

Domande frequenti sulla coda alla vaccinara

Si può cucinare in pentola a pressione?

Si può: il tempo scende a circa un’ora, ma il risultato non è identico. La carne si stacca ugualmente dall’osso, mentre il sugo resta più liquido, perché l’evaporazione lenta non avviene. Conviene far restringere il fondo a coperchio aperto negli ultimi minuti, per recuperare parte della densità.

Coda di bue o di vitello?

La ricetta nasce sul bovino adulto, più collagene per un sugo consistente — la coda di vitellone è l’acquisto più comune oggi. Quella di vitello è più tenera e cuoce prima, ma dà un fondo più leggero. Conviene farla sezionare dal macellaio: a casa è un lavoro faticoso.

Il cacao amaro si sente nel piatto?

Non come cioccolato. Un cucchiaino raso su una pentola intera lavora sull’acidità del pomodoro e sulla profondità del fondo; chi non sa che c’è di solito non lo nota. Se si sente, la dose era troppo alta: il segno giusto è un sugo più scuro e rotondo, non un sapore riconoscibile.

Perché il sugo resta acquoso?

Quasi sempre perché la cottura è stata interrotta troppo presto. La densità non viene dal pomodoro ma dalla gelatina che le giunture cedono nelle ore finali; se la carne è ancora attaccata all’osso, quella parte non è uscita. L’altra causa è il liquido: coprire i pezzi del tutto anziché per tre quarti allunga i tempi.

Quanta coda serve a persona?

Intorno ai 350–400 g di peso lordo a testa, molto più di quanto si calcolerebbe per un altro taglio: osso e cartilagine pesano e non si mangiano, quindi la resa in carne è bassa — la stessa caratteristica che in origine rendeva questo taglio poco vendibile, e quindi disponibile come paga.

Si può congelare la coda alla vaccinara?

Sì: il sugo ricco di gelatina si scongela senza perdere struttura, a differenza di sughi più magri. Conviene congelarla già porzionata, con il suo fondo, e scongelarla lentamente in frigorifero.

Si può preparare con un giorno di anticipo?

È preferibile: come tutte le cotture lunghe, il sugo continua a rassodarsi nel riposo e i sapori si distribuiscono meglio. È anche il momento più comodo per togliere il grasso in eccesso, che si rapprende in superficie una volta fredda.

Perché si chiama «alla vaccinara»?

Dal mestiere di chi lavorava il bovino dopo la macellazione, i vaccinari del rione Regola — non dal tipo di taglio o di carne. Un nome di mestiere, comune a molti piatti del quinto quarto romano.