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Basilico: un’erba recente in cucina, mai protagonista a Roma

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Foglie di basilico fresco in un mortaio

Foto: Crista Castellanos (CC BY-SA 4.0), Wikimedia Commons

Il basilico sembra la pianta più italiana che esista, quasi un sinonimo di cucina mediterranea. Non nasce qui, e per gran parte della sua storia non è stato nemmeno un ingrediente: prima di finire in un piatto è passato per templi, farmacie e superstizioni contadine. E anche una volta arrivato in cucina, il ruolo che ha preso non è lo stesso ovunque: in Liguria è diventato il protagonista assoluto di una salsa, a Roma è sempre rimasto un aroma di sostegno, quasi sempre legato al pomodoro.

Un’erba più giovane in cucina di quanto sembri

Ocimum basilicum nasce selvatico in Asia tropicale e in India, dove il basilico sacro, la specie cugina che gli induisti chiamano tulsi, cresce ancora accanto ai templi. Da lì la pianta si sposta verso occidente lungo le rotte che collegavano il subcontinente al Mediterraneo, e le fonti concordano nel far risalire la sua diffusione in Grecia e in Italia a un’epoca genericamente indicata attorno al IV secolo a.C., quella di Alessandro Magno: sul come, cioè sulla rotta precisa e su chi la portò per primo, restano invece generiche.

Il nome non ha nulla a che fare con il basilisco, il serpente mitologico di cui il basilico veniva creduto un antidoto: è un’etimologia popolare che confonde due parole solo simili. La radice vera è greca, basilikón phytón, «pianta regale», da basileús, «re»; se il titolo venga dal suo impiego nei profumi di corte o dal peso che le civiltà antiche le attribuivano non è chiaro, ma il re in questione non è il rettile, e la leggenda dell’antidoto è nata dopo, per assonanza.

Per i romani il basilico era soprattutto una pianta da farmacia, non da tavola. Plinio il Vecchio ne raccomandava il seme come afrodisiaco e la foglia come rimedio per la letargia, gli svenimenti, il mal di testa e i disturbi digestivi; contemporaneamente, greci e romani credevano che seminarlo maledicendolo e insultandolo lo facesse crescere più forte, quasi che la pianta prosperasse per dispetto. Coerente con questo passato da rimedio più che da spezia, i primi testi che ne parlano come ingrediente da cucina, e non come farmaco o presagio, arrivano solo dalla fine del Settecento: nella tradizione romana del sugo di pomodoro, per esempio, il basilico è assente nella prima ricetta scritta, quella di Antonio Latini del 1692-1694, e compare soltanto un secolo dopo, in quella di Francesco Leonardi del 1790.

A Roma il basilico non ha mai fatto il pesto

In Liguria il basilico ha avuto una strada diversa, aiutata da un luogo preciso: le serre di Prà, alle porte di Genova, dove l’aria di mare e il terreno danno alla pianta una tenerezza e un profumo che il resto della regione non replica allo stesso modo. È il Basilico Genovese, che ha ottenuto la DOP nel 2006 e che nella sua zona d’origine arrivava fresco ogni giorno sui banchi, abbastanza da costruirci sopra un’intera salsa. La prima ricetta a stampa di quella salsa che si conosca, però, riserva una sorpresa: nel 1863 Giovanni Battista Ratto, nella sua Cuciniera Genovese, descrive un pesto di basilico, aglio, formaggio e pinoli pestati nel mortaio, ma prevede esplicitamente un ripiego in mancanza di basilico, la maggiorana insieme al prezzemolo. Il piatto che oggi si considera indissolubile da quella singola foglia, nella sua prima versione a stampa che si conosca, ne ammetteva la sostituzione.

A Roma il basilico non ha mai avuto un ruolo paragonabile, e la cucina locale non gli ha mai dedicato una salsa propria. Compare quasi sempre in coppia con il pomodoro: crudo, tagliato sopra le fette per l’insalata di pomodori e basilico che accompagna i pasti d’estate; cotto a lungo nel sugo che Leonardi codifica nel 1790, insieme a cipolla, sedano e aglio; oppure dentro l’impasto di riso, menta, aglio e alici con cui si farciscono i pomodori da forno. Anche nei piatti di carne più elaborati, come la coda alla vaccinara, il basilico resta una nota fra altre, dietro la mentuccia e i chiodi di garofano, non davanti a loro. L’erba che segna davvero la cucina romana, quella che ricorre più spesso e con più peso, è la mentuccia: a leggere le ricette arrivate fino a qui, il basilico vi sembra più un comprimario che un protagonista, quasi sempre appoggiato al pomodoro, che a Roma è arrivato tardi quanto lui.

Contesto Ruolo del basilico Piatto
Liguria, Prà Protagonista, pestato crudo nel mortaio Pesto alla genovese
Roma, cottura lunga Aroma secondario nel sugo Sugo alla Leonardi (1790)
Roma, a crudo Accento fresco sul pomodoro maturo Insalata di pomodori e basilico

Nel Lazio non esiste una varietà tutelata

Il Lazio conta più di quattrocentonovanta Prodotti Agroalimentari Tradizionali, il secondo numero più alto tra le regioni italiane, censiti da Arsial per conto della Regione. Tra le erbe aromatiche l’unica voce presente è la mentuccia essiccata; il basilico non figura nell’elenco, e non esiste una varietà laziale iscritta nemmeno nel registro regionale delle risorse genetiche che tutela i semi a rischio di scomparire. Non è un’omissione da correggere: è semplicemente lo stato delle cose. Il Lazio non ha, per il basilico, l’equivalente di ciò che la Spagnoletta di Formia e Gaeta rappresenta per il pomodoro, un riconoscimento che lega la pianta a un territorio preciso.

Perché il basilico non sopporta il freddo

L’origine tropicale spiega un comportamento che sorprende chi tratta il basilico come le altre erbe dell’orto. Sotto i 10 °C la foglia comincia a subire un danno da freddo, il chilling injury della letteratura scientifica, che si aggrava sensibilmente a 5 °C: la foglia annerisce, perde la lucentezza, e soprattutto perde in fretta i composti volatili, in primo luogo il linalolo e l’eugenolo, che sono la sostanza stessa del suo profumo. Mentuccia, rosmarino e timo, tutte erbe di origine mediterranea, tollerano il frigorifero senza conseguenze paragonabili; il basilico no, perché la pianta non ha mai sviluppato una tolleranza al freddo di cui, nel suo areale d’origine, non ha mai avuto bisogno.

Il rimedio pratico segue la stessa logica con cui si trattano i fiori da vaso: gambo in acqua a temperatura ambiente, non lamina in un sacchetto di plastica nel cassetto delle verdure. Un mazzetto tenuto così, con l’acqua cambiata ogni pochi giorni, resta turgido per una settimana abbondante; lo stesso mazzetto in frigorifero anneriva già nel giro di uno o due giorni.

In cottura il calore fa lo stesso danno del freddo

Gli stessi composti che il freddo intacca sono sensibili anche al calore prolungato, e questo spiega un’abitudine che altrimenti sembrerebbe solo estetica: il basilico si aggiunge crudo o a fine cottura, non all’inizio insieme al soffritto. Una cottura lunga come quella del sugo alla Leonardi non è quindi un errore da evitare, ma una scelta diversa, che accetta di perdere la nota fresca in cambio di un aroma più integrato nella salsa; l’insalata di pomodori, all’opposto, esiste proprio per conservare intatto quel profumo che il fuoco altrimenti disperde.

Sul taglio corre invece un’idea meno fondata di quanto si racconti: che un coltello di metallo faccia annerire il basilico più della semplice rottura a mano. La foglia annerisce comunque, appena le cellule si rompono, perché un enzima proprio della pianta, la polifenolo ossidasi, entra in contatto con l’aria e produce gli stessi pigmenti scuri che imbruniscono una mela tagliata; il metallo della lama non ha un ruolo distinto da quello di qualunque altro taglio. Una lama ben affilata, che tagli invece di schiacciare, fa più differenza dello strappare le foglie a mano.

Quando si trova davvero, tra campo e serra

Il calendario di stagione segna il basilico su giugno, luglio e agosto, e la ragione è nella pianta stessa più che nell’abitudine di chi la coltiva: la semina diretta in pieno campo va posticipata a giugno, quando le temperature diurne si stabilizzano sui 23-24 °C, perché il freddo di primavera che agretti e fave tollerano bene il basilico non lo tollera affatto. La coltivazione protetta, in serra o in altri ambienti riparati, occupa oggi una quota rilevante della superficie nazionale, attorno al 35-40 per cento, e allunga di molto la disponibilità sul banco. Vale per il basilico la stessa distinzione che vale per il pomodoro condito con un filo d’olio extravergine: la serra allunga l’offerta commerciale, non sposta la stagione in cui la pianta, in campo aperto, dà davvero il meglio.

Domande frequenti sul basilico

Il basilico è sempre stato un ingrediente della cucina italiana?

No. È originario dell’Asia tropicale e dell’India, e per lungo tempo è stato soprattutto una pianta da farmacia e da superstizione. I primi testi che ne parlano come cibo risalgono solo alla fine del Settecento.

Perché si chiama “basilico”?

Dal greco basilikón phytón, «pianta regale», da basileús, «re». Non ha legami con il basilisco: è un’etimologia popolare nata per assonanza.

Anche nella cucina romana il basilico è protagonista, come in Liguria?

No. A Roma compare quasi sempre insieme al pomodoro, crudo o cotto, e resta un aroma secondario. L’erba che caratterizza davvero la cucina romana è la mentuccia.

Esiste un basilico tipico del Lazio, come il Genovese lo è per la Liguria?

No. Fra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali del Lazio l’unica erba riconosciuta è la mentuccia essiccata; il basilico non figura in quell’elenco né nel registro regionale delle varietà a rischio.

Perché il basilico non va mai in frigorifero?

Sotto i 10 °C, e ancora più a 5 °C, la foglia annerisce e perde in fretta i composti volatili del profumo. Conviene tenerlo come un fiore, con il gambo in acqua a temperatura ambiente.

È vero che un coltello di metallo lo fa annerire più delle mani?

Non è il metallo: è un enzima della pianta, la polifenolo ossidasi, che reagisce con l’aria appena le cellule si rompono, con qualunque taglio. Conta più una lama affilata che il materiale.

Perché il basilico si aggiunge sempre a fine cottura?

Perché il calore prolungato degrada gli stessi composti volatili che il freddo danneggia in frigorifero. Una cottura lunga come quella del sugo non è un errore, è una scelta diversa.

Nella prima ricetta a stampa conosciuta del pesto c’era davvero il basilico?

Sì, ma non era obbligatorio: Giovanni Battista Ratto, nel 1863, prevede anche un ripiego di maggiorana e prezzemolo in sua mancanza. Oggi quella sostituzione sarebbe impensabile.

Quando si trova il basilico di stagione nel Lazio?

Il calendario di stagione lo segna su giugno, luglio e agosto. La semina in campo va posticipata a giugno, quando le temperature diurne si stabilizzano sui 23-24 °C.

Perché si trova basilico anche fuori da giugno-agosto?

Per la coltivazione protetta, che oggi copre circa il 35-40 per cento della superficie nazionale e allunga la disponibilità sul banco senza cambiare la vera stagione in campo aperto.